giovedì 17 maggio 2012
Appello
mercoledì 25 aprile 2012
Marcella Matelli
lunedì 16 aprile 2012
sabato 5 febbraio 2011
Comunicato
In riferimento alla notizia, apparsa sui mezzi di comunicazione locale, circa un apparentamento del Partito Repubblicano Italiano con il Polo della Nazione, il Coordinatore Provinciale Domenico Lombardi ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Il Partito Repubblicano Italiano della provincia di Lucca sta valutando attentamente il panorama politico che si sta delineando a livello nazionale e soprattutto locale anche in vista delle imminenti elezioni per il rinnovo del consiglio provinciale.
Incontrerò personalmente le sezioni del partito, gli iscritti e i simpatizzanti per decidere assieme una linea comune sulla quale, in virtù della mia carica, inizierò le consultazioni con le altre forze politiche.
Noi repubblicani intendiamo confrontarci sulla base di proposte e programmi innovativi che rispondano alle esigenze a cui la nostra comunità ci chiama oggi più che mai a dar risposta e non su logiche di schieramento prestabilite o su meri calcoli elettorali”
sabato 1 gennaio 2011
Auguri 2011
domenica 5 dicembre 2010
Laicismo
E' notizia di questi giorni che la lista civica "Milano nuova" candidi a sindaco Abdelhamid Shaari, presidente dell'istituto culturale islamico di via Jenner. La Lega ed altri insorgono per il timore di dover combattere, in futuro, con estremisti religiosi.
A parte il fatto che in Italia combattiamo da sempre con estremismi religiosi, il mio modesto parere è che il problema non sia né la lista Milano nuova, né che sia composta da immigrati. Il problema - ed il timore - è quello di ritrovarsi sul panorama italiano un'altra forza religiosa ad invadere lo spazio politico.
Timore che sarebbe fugato con la semplice ricetta del "laicismo".
Uso volutamente la parola laicismo, perché ritengo che la politica italiana se ne debba rimpossessare, nonostante gli attacchi da parte di fondamentalisti religiosi o più spesso di capziose posizioni.
Di fatto, sono laico come lo sono tutti coloro che non fanno parte del clero. Ma laico, in questo contesto, mi appare una definizione maggiormente attinente alla religione. Politicamente, invece, sono laicista nel senso che propugno una politica assolutamente separata dalle questioni religiose che sono e debbono rimanere nell'ambito del privato.
D'altronde, se viene concesso alla chiesa di esprimersi politicamente con auspici di nuovi cattolici impegnati in politica, non vedo dove sia il problema se altre religioni decidessero di fare altrettanto. Proprio in virtù di ciò, essendo noti a tutti, corsi e ricorsi storici intorno alle ideologie religiose, mai come oggi diviene importante un impegno serio e sereno per conquistare una politica aperta a priori a tutte le idee e tutte le posizioni che dovranno essere vagliate e valutate solamente all'interno di un consesso laicista democratico e liberale, perché in fondo ritengo che l'unico strumento che possediamo contro ogni fondamentalismo sia un sano relativismo.
Il coordinatore provinciale
Domenico Lombardi
lunedì 27 settembre 2010
Ricorrenza del XX Settembre - Saluto del Coordinatore Regionale del PRI Luca Santini
Cari Amici, vi porto i saluti della Federazione toscana del Partito Repubblicano Italiano e segnatamente di tutti quei Repubblicani che avrebbero voluto essere qui presenti e che per impedimenti diversi non hanno potuto partecipare.
Prioritariamente il saluto ed il ringraziamento va agli “Amici del XX Settembre”, che ho conosciuto da poco e che ho subito apprezzato, con meraviglia ed ammirazione, per la costanza con cui hanno saputo dar vita ad una interessante tradizione ritrovandosi qui in questa piazza, ogni anno a partire dal 1948.
Abbiamo detto e scritto che i Repubblicani sono qui, non soltanto per celebrare festosamente una data storica dell’Italia, ma anche, e lasciatemi dire soprattutto, per riaffermare i valori laici dello stato e per difendere l’unità d’Italia in un momento in cui la politica confonde questi valori o una politica confusa, sbagliando, crede che questi valori siano, oggi, acquisiti, o tanto peggio, pensa di poterne fare a meno.
Non starò, certo, a parlarvi del XX Settembre perché tutti voi già sapete che cosa è e che cosa rappresenta per Noi Repubblicani questa data.
Ma non posso non ribadire, però, le ragioni che ci fanno amare questa ricorrenza, e ci fanno commuovere, nonostante che per altri tutto ciò appaia come sentimento retrò, naif, roba da cartolina polverosa.
Noi conosciamo quelle ragioni, altri, purtroppo, non le sentono.
Noi siamo fieri del XX Settembre perché i nostri predecessori, i nostri antenati politici, erano lì, e varcando la breccia di Porta Pia, misero in ginocchio il potere temporale dei Papi, unificando l’Italia.
Quel giorno, infatti, si compì il sogno mazziniano dell’Italia unita e libera, si completò l’opera di Garibaldi e dei garibaldini e si concretizzò, bisogna dirlo per onestà storica, anche il disegno strategico di Cavour.
In quel giorno nacque la Patria, l’ Italia che sognavamo, ma che sappiamo non essere ancora compiuta.
Quel giorno si suggellò lo scrigno dei valori fondanti del movimento repubblicano che più tardi, nel 1895, dette luogo al Partito Repubblicano Italiano, il Partito dell’edera.
In quello scrigno c’erano e ci sono tutt’oggi i nostri valori: la libertà dei popoli, una rigorosa laicità dello Stato, l’europeismo, la democrazia, i diritti civili, un’economia libera e partecipata.
Ecco, cari amici, perché oggi siamo qui.
Per gridarlo forte ogni anno, contro i rischi moderni dell’involuzione, delle spinte corporative, delle spinte secessionistiche, delle etnie, dei neo populismi, dell’ignoranza e della barbarie intellettuale.
Sono questi i nostri valori cardine e da essi traggono origine i nostri ideali.
Le società mutano, i valori le sorreggono, gli ideali restano perenni.Un grazie, un grazie di cuore a tutti Voi.
Viva il XX Settembre, Viva i Repubblicani.
XX Settembre. Lucca ricorda l’evento storico che segna una tappa fondamentale del processo di unificazione dell’Italia.
Cari amici, è sensazione diffusa che il 150° anniversario dell’unità d’Italia venga subìto di mala voglia da molti politici, quasi fosse una perdita di tempo. Del resto, l’anno passato, fra i fischi all’Inno di Mameli e gli insulti al tricolore, si consigliava la lettura di quel libro della storica “revisionista” che riproponeva il Risorgimento come una guerra maligna fatta per rompere l’idillio di un paese che, prima della presa di Porta Pia, era felice sotto l’egida del Papa. Quest’anno, invece, si assiste alla sceneggiata del festival di Venezia, dove il ministro Bondi finanzia presuntuosi registi che ripropongono vecchie tesi marxiste trite ed ignoranti, atte solo a demolire il Risorgimento, nelle quali si definisce Mazzini un terrorista, maestro dei fondamentalisti dei giorni nostri.
Nel frattempo la società italiana si mostra sempre più disarticolata e soggetta a spinte secessioniste.
Nell’ anno del “giubileo della patria”, come venne definito il 1911, gli italiani festeggiarono i primi cinquant’anni di unità politica, credendo che si aprisse la via del progresso. Non era così: molte erano ancora le fratture da sanare, molti gli errori e le ingiustizie commesse. La classe liberale dell’epoca, certo con ampie dose di retorica, compiendo anche forzature storiche, aveva cercato lodevolmente – perché non riconoscerlo - di superare le divisioni ideologiche del Risorgimento, esaltando il primato della nazione, per creare finalmente la patria di tutti gli italiani. Anche il grande sindaco di Roma, Ernesto Nathan, aveva esaltato il “miracolo nell’associazione delle forze separate”, lasciando da parte le aspre lotte che avevano contrapposto i patrioti del Risorgimento. L’operazione sincretista trovava iconografia nei vari “santini laici”, nei manifesti, nei ritratti che accomunavano “Mazzini, l’apostolo; Garibaldi, il guerriero; Vittorio Emanuele II, il re; Cavour, lo statista”. Certo, le forzature erano evidenti in questo assemblaggio di personaggi, ognuno dei quali coltivanti un progetto unitario diverso. Ma pensando al fatto di essere riusciti a costruire l’edificio dello Stato unitario, superando gli ostacoli rappresentati dalle ostilità della Chiesa,
dal brigantaggio, dalle sfortunate campagne militari, dalla varie sommosse locali, passando attraverso la crisi politica di fine secolo e l’assassinio del re Umberto I, si poteva anche apprezzare la costituzione dello Stato nazionale, il quale, con tutti i suoi limiti e le sue carenze, era pur sempre una tappa fondamentale per l’inserimento dell’Italia nella civiltà moderna.
La celebrazione del più recente centenario dell’unità, nel 1961, già rappresentò un’altra storia. Stavolta, il protagonista non era lo Stato nazionale, come nel 1911, bensì la Divina Provvidenza che i governanti democristiani indicavano quale vera ispiratrice e artefice dell’unità d’Italia. La loro tesi era che il processo di unificazione del paese era stato una serie di fallimenti - da Novara a Caporetto, fino alla Resistenza - e la causa degli insuccessi era nell’origine stessa dello Stato italiano. Solo con la conciliazione fra Stato e Chiesa e con l’Italia consacrata quale “feudo di Maria”, come fu detto in quei tempi, il paese poteva ritenere compiuta la sua unificazione. Era un’operazione di riscrittura retrospettiva della storia che negava ogni progresso civile e sociale conseguito dagli italiani durante il regime liberale. I protagonisti del Risorgimento non erano stati i patrioti laici, bensì la Chiesa ed i cattolici. L’opposizione di sinistra finì per affiancarsi a costoro, dipingendo la storia italiana dopo l’unità come una vicenda dominata dalla lotta fra borghesia reazionaria e classe operaia, denunciando il fallimento del Risorgimento, giudicato come una rivoluzione mancata.
Non mancarono voci del mondo laico che contestarono sia sul piano della verità storica, sia sul piano dei valori e degli ideali, le rappresentazioni dell’unità italiana proposte da cattolici e comunisti. “Il Mondo” di Pannunzio usò i termini “spudorato e disgustoso”, per la mistificazione compiuta. Eppure, a soli 15 anni dalla disfatta della guerra, l’Italia unita si stava risollevando dalla distruzione e dalla miseria e gli italiani avrebbero potuto guardare con “ragionevole ottimismo” al futuro, se si fossero ricordati che ancora nel 1946 il Meridione era percorso da treni che procedevano a passo
d ‘uomo, fra un ponte semidistrutto e un campo minato, che a sud di Latina era tornata la malaria e l’Appennino era infestato dal brigantaggio. Grazie agli aiuti internazionali, alla liberalizzazione del commercio con l’ estero degli anni Cinquanta, voluta da un personaggio dell’Italia della Ragione caro agli amici Repubblicani presenti, Ugo La Malfa, alla volontà ed alla fantasia italiana, in poco più di un decennio si era giunti al “miracolo economico”. Dalla Lambretta e dalla “500” di Valletta e Agnelli, venne una ventata di dinamismo e di libertà per migliaia di persone le cui famiglie avevano avuto per secoli come base alimentare il mais macinato, o la farina di castagno, convivendo con i deficit proteici che portavano la pellagra ed altre malattie. Non pochi furono coloro che poterono vedere il mare per la prima volta nella loro vita. Anche allora autorevoli osservatori ammonirono sulla fragilità della condizione economica, se ad essa non fosse dato un fondamento unitario ed un centro morale rappresentati dallo Stato. Essi frenavano saggiamente i facili ottimismi, ricordando che una democrazia senza patriottismo ha vita stentata e che “non c’è patriottismo senza una buona politica; ma non ci può essere buona politica senza patriottismo”.
Nei decenni successivi, infatti, la nazione subiva altre e più potenti spinte disgreganti, arrivando, infine, all’appuntamento del 150° anniversario della sua unità, afflitta dalla sfiducia nella propria esistenza. Molti pensano che la nascita dello Stato unitario sia stato un errore e che una nazione italiana non sia mai esistita: quindi ritengono che non dovrebbe esistere neppure uno Stato italiano. Essi non comprendono che la Nazione, in fondo, “è una grande solidarietà, costituita dal sentimento dei sacrifici compiuti e da quelli che si è ancora disposti a compiere insieme. Essa – è stato detto - presuppone un passato, ma si riassume nel presente attraverso un fatto tangibile: il consenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare a vivere insieme”. Purtroppo, molti Italiani non hanno mai avuto il sentimento comune dei sacrifici compiuti insieme ed il ricordo del passato non è un “simbolo” che mette insieme due parti distinte. Paradossalmente sembra che per unire il nostro popolo, sia necessario avvalersi dell’Oblio, che cancella il ricordo che divide. Alcuni propongono di istituire le “Giornate dell’Oblio”, anziché le “Giornate della Memoria”, perché così lo Stato potrebbe sopravvivere e gli italiani anch’essi potrebbero continuare a vivere… Ma come gli animali, che l’uomo invidia – secondo Nietzsche – perché questi dimenticano subito e vagano in un presente senza storia. E’ evidente, per le persone ragionevoli, che al momento, nessuno, tanto meno gli italiani, possono evitare di vivere e camminare in un mondo di nazioni e di Stati nazionali, i quali, se spesso hanno provocato sofferenze e persecuzioni, hanno anche permesso a milioni di individui di conquistare un maggiore benessere, una maggiore dignità e una maggiore libertà. Se fosse vero che “la storia insegna che dalla storia non si impara nulla”, allora anche noi saremmo qui a cercare “farfalle sotto l’arco di Tito”, come scriveva il Carducci. Ma noi – senza volere accreditare il messaggio sbagliato del “denaro sterco del diavolo” – siamo ancora convinti che la storia di un paese come il nostro non è da ricondurre esclusivamente al mito della “fabbrichetta” del Lombardo – Veneto, mentre il resto rappresenta una sovrastruttura inutile. Shakespeare nel suo Amleto scriveva: “ci sono più cose in cielo e terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”.
Ecco perché rispettiamo ed onoriamo la data del XX Settembre, che non è un dispetto anticlericale, essendo disposti a rispettare la religione del nostro paese se essa non pretende di sostituirsi alla sfera politica.
Viva l’Italia unita, Viva il XX Settembre.
Roberto Pizzi.
lunedì 6 settembre 2010
LE PIETRE DEVONO SERVIRE PER COSTRUIRE, NON PER LAPIDARE A MORTE. APPELLO PER SAKINEH
Le pietre devono servire per costruire muri che contengano la furia della natura, strade perché i popoli possano meglio incontrarsi, case per chi non ha un tetto dove ripararsi: non per lapidare a morte. Chi le usa per questo scopo nefando non è degno di vivere nel consorzio umano.
Anche le parole, a volte, se usate male possono diventare pesanti come macigni ed avvilire, ferire, anche uccidere, ma se usate con sentimento, come per questo appello alla salvezza della donna iraniana, possono contribuire ad edificare l’edificio dell’umana tolleranza: LIBERATE E RISPETTATE SAKINEH !
L.I.D.U.
Sezione di Lucca
giovedì 1 luglio 2010
Restauriamo il monumento di Mazzini
mercoledì 30 giugno 2010
Tito Strocchi
TITO STROCCHI, CAVALIERE DELL’IDEALE
Nato a Lucca il 26 giugno 1846, da genitori romagnoli, si laureò in Legge a Pisa, alla fine del 1866, dopo una prima rinuncia all’esame di laurea, sempre in quell’anno, per combattere da volontario nella III Guerra d’Indipendenza. Con scarsa passione iniziò il tirocinio legale presso l’avv. Martini e solo nel 1873 si iscrisse all’albo degli avvocati di Lucca, per esercitare la professione a Bologna, poi a Massa e a Pietrasanta. Più portato per la letteratura e la politica, scrisse poesie, lavori teatrali e prose ed ebbe un’intensa attività giornalistica, fondando a Lucca “Il Serchio”, collaborando poi alla “Voce del Popolo” di Bologna, al “Corriere della Provincia di Massa”, alla più famosa testata de “Il Dovere”, a “Lo Squillo”di Genova. La sua vita fu breve ma intensa, vissuta senza risparmio, con una grande carica ideale ai più sconosciuta e semmai avversata allora, come nei giudizi postumi, poiché ai molti dispiace trovare nelle virtù altrui lo specchio delle proprie ignavie. Augusto Mancini, invece, lo definì “soldato garibaldino e anima mazziniana”, lodandolo per il coraggio. Dote che dimostrò combattendo con Garibaldi contro lo Stato Pontificio, a Bagnorea, Monterotondo e a Mentana (dove venne catturato e rinchiuso poi in Castel S. Angelo), e contro i Prussiani, nel 1871, a fianco dei Francesi, meritandosi sul campo la promozione ad ufficiale. Con altrettanto coraggio operò a fianco di Mazzini, che lo riteneva uno dei suoi uomini migliori, organizzando trame sovversive, fra cui i moti insurrezionali lucchesi del giugno 1870, sventati dalle autorità e puniti con il carcere. Libero pensatore, alla sua morte prematura avvenuta il 12 giugno del 1879, gli venne negata dal Municipio la sepoltura nel Cimitero urbano. La reazione dei democratici provocò l’intervento del Prefetto che impose al Comune la revoca del divieto di inumazione, non senza strascichi polemici protrattisi negli anni a seguire. Due famosi uomini di lettere hanno lasciato ai lucchesi un ricordo di Tito Strocchi: Giosuè Carducci che scrisse l’epigrafe tombale ancor’oggi leggibile nel nostro Cimitero urbano e Augusto Mancini che volle i suoi versi incisi nella targa monumentale dello scultore Francesco Petroni, apposta nel giugno del 1913 sotto il loggiato del Palazzo Pretorio.
Roberto Pizzi.
Quando muore una città
Ma la nostra città rischia di morire anche quando un negozio storico chiude, come sta per fare la Tipografia Biagini, costretto dalle aride regole di mercato e dalle Istituzione che restano indifferenti alla scomparsa di certe attività che sono parte viva della tradizione, del gusto di vivere, della cultura lucchese. Nessuno degli esercizi commerciali moderni riuscirà mai a farsi apprezzare alla Galleria Necomachi di Tokio per il valore artistico della tipografia tradizionale, come ha saputo fare, nel 2007, la stamperia di Via S. Giustina. Molto difficilmente personaggi di fama mondiale commissioneranno più ad un’ altra impresa lucchese i loro biglietti da visita, la carta intestata, i Libretti per le Nozze, gli ex libris (per i quali la specifica Enciclopedia Internazionale assegna alla Biagini il primo posto tra tutte le tipografie europee). E Lucca verrà cancellata dalla loro mappa geografica se i cittadini e ancor più chi li amministra, non si porranno il problema del giusto equilibrio nella qualità della vita, trovando una sintesi tra le necessità di un mercato moderno e la sopravvivenza di quelle attività artigianali o commerciali che mirano alla ricerca del bello, che non debbono essere sopraffatte da chi persegue solo la ricerca della quantità, o da chi si basa su una filosofia che privilegia l’apparire sull’essere. Perché ancora esiste chi ama la lettura di un buon libro, la visita ad un museo, che ambisce a dignitosi rapporti col prossimo e che pur di vivere in una società più civile e più serena, è disposto anche ad una limitazione del proprio status economico. Se scompariranno anche coloro per i quali il successo non si misura solo sul denaro (pur importante, ma che non è fine a se stesso) ecco che allora la città morirà davvero, ma con essa se ne andrà qualcosa della nostra esistenza, che è poggiata sugli sforzi di chi ci ha preceduto e la ha ingentilita con l’arte, la bellezza, la cortesia e la cultura.
Roberto Pizzi





